I controlli antidroga nelle scuole italiane visti dagli studenti

I controlli antidroga nelle scuole italiane visti dagli studenti

“Per dieci minuti siamo stati trattenuti in classe senza avere la possibilità di uscire. I carabinieri non rispondevano alle nostre domande, quindi non sapevamo per quale motivo fossero lì.”

Lo scorso 26 febbraio un squadra di agenti della cinofila, accompagnata da due volanti, ha fatto irruzione nel liceo Umberto I di Palermo. Le forze dell’ordine sono state mandate su richiesta del preside, per perquisire le classi dell’istituto nell’ambito di un’operazione antidroga.

Doveva essere una semplice retata—ma così non è stato. Come hanno denunciato gli studenti del collettivo studentesco attraverso un post su Facebook, “diversi studenti, minorenni, sono stati isolati dai propri compagni e chiusi all’interno della classe in presenza del dirigente scolastico e degli agenti.”

Alcuni di loro—sempre secondo il collettivo—avrebbe subito intimidazioni da parte delle forze dell’ordine, per poi essere convocati in caserma “e minacciati di presentarsi autonomamente perché, in caso contrario, sarebbero stati prelevati direttamente da casa.” A causa di questo atteggiamento, gli studenti del liceo hanno percepito turbamento e paura; alcuni di loro hanno chiesto spiegazioni alle forze dell’ordine, senza però ricevere in cambio alcuna risposta.

“I carabinieri sono entrati mentre stavamo facendo assemblea, quindi non c’era nessun professore in aula,” mi racconta una studentessa che vuole rimanere anonima. “Per dieci minuti siamo stati trattenuti in classe senza avere la possibilità di uscire. I carabinieri non rispondevano alle nostre domande quindi non sapevamo per quale motivo fossero lì.” 

In seguito il professore è arrivato accompagnato dal preside e da altri carabinieri, ed è iniziata la perquisizione. “Sono stati identificati due zaini sospetti, ma non è stato trovata nessuna sostanza al loro interno,” prosegue la ragazza, “un ragazzo minorenne a cui i carabinieri avevano trovato un grinder è stato prima chiuso nell’aula assieme al preside e ai carabinieri, poi è stato invitato a presentarsi in caserma entro la mezzanotte dello stesso giorno.” Lì, alla presenza dei due genitori, il rinvenimento del grinder è stato messo a verbale; ma la vicenda non avrà alcun risvolto legale.

“Non è il primo anno che vengono i cani,” sottolinea una rappresentante del collettivo, “ma questa volta è stata impiegata una grande quantità di forze dell’ordine, abbiamo contato una ventina di agenti.” Ciò che li ha lasciati perplessi, continua, “è il fatto che sia stato il preside a chiamare i carabinieri per la perquisizione. La soluzione contro la tossicodipendenza non dovrebbe essere questa: ci vorrebbe più sensibilizzazione. In questo modo si giunge solo allo scontro con gli studenti.”

Il liceo palermitano non è l’unico istituto in Italia dove si sono registrati casi di questo tipo. Ad ottobre, a Napoli, alcune scuole dell’area di Bagnoli sono state oggetto di blitz di polizia e guardia di finanza. All’esterno del complesso Ex-Capalc gli studenti hanno espresso il loro dissenso: “C‘è stato un momento di duro confronto in seguito ad una forte reazione della polizia ai cori di disapprovazione, con conseguente identificazione degli esponenti della critica,” ha scritto su Facebook il coordinamento studenti Flegrei.

A Torino, invece, hanno fatto scalpore i controlli ordinati dal questore Messina che hanno coinvolto molte scuole della città. Il 18 febbraio 2019 la polizia cinofila ha invaso la scuola e bloccato l’entrata, e gli studenti sono stati fatti passare uno alla volta venendo perquisiti singolarmente. “La preside si è sempre rifiutata di far entrare gli studenti e le studentesse dopo le 8.10; questo però, evidentemente, non vale in caso di ‘controllo ordinario’,” fanno notare i ragazzi diLaSt Laboratorio Studentesco.

Scene analoghe si sono registrate a Bologna. All’Itis Belluzzi-Fioravanti, un tecnico professionale situato in un quartiere periferico, è dall’inizio dell’anno che la polizia effettua controlli anti-droga due volte a settimana. “Un giorno si sono messi davanti all’entrata della scuola con due cani, e hanno fatto mettere gli studenti in fila indiana con le mani sulla testa,” raccontano i ragazzi del Collettivo Autonomo Studentesco di Bologna, “e se qualcuno si rifiutava di farsi perquisire gli veniva negato l’accesso alla scuola.”

In Lombardia la situazione sembra essere più stabile. “Sono aumentati i controlli, soprattutto nella bassa bergamasca. Ma non ci sono giunte notizie di perquisizioni particolarmente aggressive o di intimidazioni da parte delle forze dell’ordine,” mi spiega Luca Redolfi, coordinatore regionale dell’Unione degli Studenti.

Le incursioni delle forze dell’ordine nelle scuole sono dunque sempre più diffuse, accompagnate da tensioni e da un modus operandi abbastanza aggressivo. Ma come siamo giunti a questa situazione? Per capirlo ho parlato con Giulia Biazzo, membro dell’Esecutivo Nazionale dell’Unione degli Studenti. “Durante quest’autunno abbiamo portato avanti delle mobilitazioni contro il progetto ‘Scuole Sicure‘ voluto dal vicepremier Matteo Salvini: 2,5 milioni per incrementare i controlli antidroga nelle scuole, installare telecamere e assumere agenti di polizia.” 

Ad oggi sono 15 le città coinvolte nell’operazione, e Palermo è tra quelle a cui sono stati inviati i fondi. “Ecco perché i controlli si sono intensificati,” mi spiega Biazzo. “Poi è accaduto il grave fatto del 26 febbraio. Ma casi come quello dell’Umberto I avvengono in tutto il paese, a noi giungono le segnalazioni dei rappresentanti che abbiamo sui territori che ci raccontano le retate. Succede soprattutto nelle grandi città.”

A livello politico, i primi a sostenere i blitz delle forze dell’ordine sono stati gli esponenti della Lega e della destra—prima sul piano locale e regionale, e poi nazionale.

È un dato di fatto, però, che le perquisizioni nelle scuole non abbiano prodotto chissà quali successi. A dicembre, ad esempio, il bilancio dell’operazione “Scuole sicure” contava più di duemila agenti interessati, per poco meno di 5 chili di droga sequestrata; una quantità ridicola, per un impiego così esteso delle forze dell’ordine.

“Si mette la polvere sotto il tappeto e non si finanzia ciò di cui la scuola avrebbe davvero bisogno,” conclude Biazzo riferendosi all’insufficienza dei fondi per l’edilizia e il diritto allo studio. “È una battaglia culturale: per noi la repressione non serve a far luce sulla questione della tossicodipendenza e delle mafie che forniscono le sostanze. Si potrebbe affrontare il tema in un modo differente, e invece si continua a sguinzagliare i cani in giro per le scuole.”

Tramite https://www.vice.com/it/article/zmag8a/controlli-antidroga-nelle-scuole

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