Appello “Smilitarizziamo le Scuole e le Università”

Appello del Movimento No Muos contro la militarizzazione delle scuole:

Premessa


L’Italia è un paese in guerra e lo dimostra l’astronomica cifra che ogni anno i governi, qualsiasi schieramento politico rappresentino, spendono per mantenere l’apparato bellico, le basi militari e le missioni all’estero. La guerra è il riflesso dello scontro tra le potenze imperialiste – Usa, Russia, Cina e Ue – che per sopravvivere non hanno altra scelta che combattere per la vita o la morte della propria economia: ripartizione e allargamento delle sfere di influenza, eliminazione dei concorrenti, tentativo di sottrarre risorse e materie prime al nemico. La guerra diventa la necessaria continuazione della politica con altri mezzi.
Lo stato e i padroni per garantire i profitti del capitalismo di casa propria investono quindi nella guerra e nel settore militare. Parallelamente per sostenere questi investimenti la classe dominante decide di fare dei tagli allo stato sociale. In Italia si è arrivati all’incredibile cifra di 68 milioni di euro al giorno destinati alle spese militari. L’intenzione degli imperialisti nostrani di spingere sull’acceleratore della guerra ha pesanti ricadute sulla nostra quotidianità in termini propagandistici (vedi, per esempio, la massiccia propaganda sulla guerra fatta nelle scuole) e in termini economici (vedi, per esempio l’aumento costante delle spese militari previsto in tutte le finanziarie). Nel 2018 si è arrivati ad una spesa militare di 25 miliardi di euro in questo modo ben l’1,4 % del PIL risulta destinato alla Difesa, registrando così un aumento del 4 % rispetto al 2017. Si tratta ormai di una tendenza in crescita avviata dal governo Renzi (durante il quale già si era registrato un aumento della spesa militare dell’8,6 % rispetto al 2015) che non accenna a fermarsi. Nel 2018 sono cresciuti anche il bilancio del Ministero della Difesa (21 miliardi, il 3,4% in più rispetto al 2017) e l’impegno del Ministero dello Sviluppo Economico per l’acquisto di nuovi armamenti che si inserisce in un complessivo aumento dei fondi stanziati che toccano i 5,7 miliardi nel 2018. Quindi dalle tasche dei lavoratori vengono rubati i soldi per le 31 missioni di guerra in cui l’Italia è coinvolta (ad esempio, la missione in Afghanistan costa 1,3 milioni al giorno ed è in essere da 16 anni), 520 milioni di euro all’anno stanziati per il supporto alle 59 basi USA in Italia e 192 milioni di euro all’anno per contribuire ai bilanci Nato, tutto ciò mentre essi stessi subiscono i tagli sui servizi sociali giustificati su tutti i media mainstream con il famigerato argomento della crisi. 

Questa è l’eredità della finanziaria approvata in tutta fretta dal dimissionario governo Gentiloni a dicembre e che non viene messa in discussione dal nuovo governo stando alle dichiarazioni della Ministra Trenta e del Presidente Conte, nonostante durante la votazione le loro posizioni e quelle del partito alleato in questa legislatura fossero altre. Il voltafaccia del Movimento 5 Stelle e della Lega è palese: durante la votazione del decreto missioni, sotto il governo Gentiloni, la Lega si era astenuta e il Movimento 5 Stelle aveva votato contro, ma una volta al comando hanno sposato appieno le aspettative della borghesia dimostrando la volontà di essere in continuità sulle questioni strategiche dell’imperialismo italiano. Inoltre, il presidente del consiglio Conte ha delineato perfettamente la nuova strategia italiana di vassallaggio nei confronti degli Usa con il mantenimento delle basi militari, Muos e Sigonella in testa, l’acquisto di nuovi aerei da guerra e l’appoggio politico alla dottrina estera di Trump e rivendica anche un ruolo di primo piano soprattutto in Africa nella gestione della situazione libica e nelle ex colonie Somalia ed Eritrea.

Non è certo un caso che mentre l’Italia indossa l’elmetto per perseguire la volontà imperialista di penetrazione dell’Africa, rivendicando il proprio passato coloniale sui paesi già sfortunatamente caduti nelle sue grinfie e cercando di strappare alla concorrenza agguerrita nuovi mercati, le sirene del razzismo suonino ininterrottamente da giornali e televisioni promuovendo una mobilitazione reazionaria tra le più becere. Questa mobilitazione alimenta da un lato la guerra tra sfruttati all’interno dei confini nazionali e dall’altro giustifica ideologicamente la campagna d’Africa in atto. “Aiutiamoli a casa loro” ripropone in chiave moderna il paravento ideologico che durante la colonizzazione giustificava con la denigrazione del “dominato incapace di autogestirsi” la rapina delle risorse e la riduzione in schiavitù a danno dei popoli africani. In questo senso “Aiutiamoli a casa loro” si ricollega alle migliaia di pagine scritte dagli ideologi al servizio dei signori della guerra che tanto si sono profusi nei secoli passati a scarabocchiare fantasiose idee di razza per legittimare la rapina e le violenze ai danni dei popoli per il profitto dei capitalisti occidentali.
Va registrato che la giustificazione ideologica della guerra è diventata una priorità per gli imperialisti italiani che a fronte dei presenti e futuri progetti bellici hanno intensificato l’entrismo dell’esercito nella società. Prima terra di conquista devono essere i giovani ed ecco che assistiamo a un piano chiarissimo di militarizzazione delle scuole di ogni ordine e grado: sfilate, parate, bande musicali, gare sportive, visite e gite nelle caserme, conferenze e lezioni in classe, fino ad arrivare alle borse di studio/formazione e certificazioni per l’alternanza scuola-lavoro nei corpi d’assalto dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica o nelle aziende dell’export degli strumenti di morte. Non a caso questi progetti di colonizzazione della scuola si intensificano in quelle regioni come la Sicilia dove la presenza delle basi è importante su piano strategico. Addirittura sono molte le occasioni in cui proprio i militari yankee si sono fatti promotori di iniziative didattiche rivolte a tutti i livelli scolastici come per esempio, la visita alla base di Sigonella, i corsi di inglese o attività sportive. L’occupazione fisica delle attività didattiche e degli ambienti scolatici da parte degli apparati militari va di pari passo alla manipolazione dei contenuti insegnati, una rivisitazione finalizzata alla legittimazione delle logiche di guerra che oggi muovono l’agenda politica del capitale italiano dentro e fuori i suoi confini statuali: in questo contesto si inserisce ad esempio la rielaborazione dei fatti della Prima Guerra Mondiale, spesso affidata dalle scuole stesse, abdicando al proprio ruolo, alle forze armate. 

Piattaforma


1- Crediamo fermamente che i gravi fallimenti educativi, economici, sociali e politici che stiamo vivendo non vanno risolti con la legittimazione di una maggiore e invasiva autorità, né con un controllo che si prospetta essere sempre più totalitario, né quindi con il maggior impiego di forze dell’ordine e/o forze armate, bensì tramite percorsi di responsabilizzazione e dialogo, processi di partecipazione attiva e volontaria e il recupero degli ingenti fondi pubblici sperperati indiscriminatamente per spese militari che sarebbe invece meglio impiegare soprattutto nel mondo dell’istruzione e in progetti sociali volti al ristabilimento di una vera giustizia sociale, estirpando disuguaglianze e privilegi.
2- Ci si impegna quindi, per queste ragioni, ad accusare pubblicamente l’illegittimo sconfinare da parte delle forze armate nel mondo dell’istruzione, denunciando pubblicamente:
gli incontri promossi dalle forze armate nelle scuole e le visite guidate in caserme, poligoni, basi militari ecc., con cui si arriva persino a far sperimentare momenti di vita militare in chiave propagandistica; l’alternanza scuola lavoro e gli stage “formativi” nelle forze armate o nelle industrie belliche, ecc..
– l’impiego di qualsiasi risorsa per ricerche nelle Università volte a sofisticare l’industria bellica e/o il cyber-controllo (smart-city, nano-tecnologie, intelligenza artificiale ecc.) assieme a quei progetti di partenariato con strutture militari o aziende coinvolte nella produzione di materiali bellici. 
Vogliamo che si impieghino maggiori risorse per stabilizzare i tanti ricercatori ed esperti nel campo educativo e scientifico, attualmente inoccupati e/o precari; che si investa per l’attuazione di cicli di incontri e progetti di alta qualità formativa inerenti a varie tematiche sociali: dall’educazione alla salute, al dialogo tra le varie culture, allo sviluppo partecipativo dal basso delle risorse del proprio territorio nel reale rispetto dell’ambiente, ai diritti nel mondo del lavoro, all’interculturalità, ecc.. Vogliamo che la ricerca ad alti livelli, specie se è pubblica, sia proibita per fini militari e sia invece volta realmente al miglioramento della società per trovare gli strumenti e i metodi che possano garantire a tutti i diritti fondamentali, senza coercizione alcuna, eliminando una volta per tutte disuguaglianze, privilegi e sfruttamento, che sono il frutto di ogni male sociale, disastri ambientali e tensioni geopolitica.

3- Riteniamo gravissimo e strumentale propagandare nelle scuole, l’arruolamento nelle forze armate, offrendo così le prospettive di una carriera militare, in un momento di grave crisi (economica, culturale e sociale)in cui dilagano disoccupazione e precariato in questi momenti 
4- Ci si oppone anche all’ipotesi di reintroduzione della leva obbligatoria specie se si vuol far credere che questa possa risanare i gravi fallimenti educativi causati dagli enormi tagli che ha subito l’istruzione pubblica e dai decennali bombardamenti mediatici volti all’esaltazione di modelli fondati sulla sfrontata prevaricazione, sul consumismo più irresponsabile, sul conformismo, sul sessismo e sulla xenofobia.
5- Riteniamo fuorvianti le possibili celebrazioni in chiave militarista e nazionalista di alcune ricorrenze come ad esempio quella del centenario della Prima Guerra Mondiale. Di fronte ai grandi ed epocali problemi globali che siamo chiamati ad affrontare, l’anteporre nelle scuole il culto bellico e patriottico anziché la grande urgenza della fratellanza universale, dell’uguaglianza nei diritti fondamentali e della sete di giustizia sociale, sarà solo causa di derive reazionarie. Se a questo verrà unito l’incredibile progresso delle nuove tecnologie siamo legittimati a prevedere sin da ora, una possibilità concreta di deriva totalitaria. 
6- Per tutto questo ci facciamo promotori di un’altra cultura, di un’altra mentalità. Non vogliamo stare ad aspettare il peggio ma ci impegniamo a favorire nelle scuole e nelle università, tramite assemblee, mobilitazioni, progetti educativi, la circolazione delle testimonianze dirette dei soggetti colpiti dalla guerra, dallo sfruttamento o dalla repressione, l’intervento dei portavoce delle lotte sociali contro le crisi e contro le devastazioni ambientali sia locali che internazionali, raccogliendo e diffondendo dati, mappando gli istituti e le università colluse con gli interessi militari e creando una piattaforma contro basi militari e fabbriche belliche nel caso si acuiscano i conflitti e continui ancora il logorante protrarsi di missioni militari portatrici di morte, crisi ed esodi forzati assieme alla repressione interna di ogni forma di dissenso e Libertà.

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